Ci ho pensato molto prima di parlare pubblicamente di questo progetto.
Da una parte sentivo il bisogno di proteggerlo, perché è ancora fragile, ancora in costruzione. Dall’altra capivo che tenerlo nascosto troppo a lungo sarebbe stato quasi una contraddizione.
Come posso lavorare sulla memoria e poi restare in silenzio?
Gerbere d’Italia nasce anche da questa tensione: dal desiderio di custodire, ma anche dalla necessità di cominciare a raccontare.
Ci sono notizie che durano poche ore. Appaiono sui giornali, attraversano i social, provocano indignazione e poi scompaiono. Vengono sostituite da altro: una polemica, un fatto di cronaca, un nuovo rumore.
Spesso accade anche con i femminicidi.
Una donna viene uccisa. Si racconta la relazione con l’assassino. Si cercano spiegazioni. Si usano parole come “lite”, “raptus”, “gelosia” o “tragedia familiare”. Poi si va avanti.
Io invece sento il bisogno di fermarmi.
Non perché voglia restare nel dolore. Non perché pensi che l’arte possa sostituirsi alla giustizia, alla politica, ai Centri Antiviolenza o alle persone che ogni giorno lavorano per proteggere le donne.
Ma perché credo che una società che dimentica troppo in fretta finisca per accettare ciò che dice di condannare.
Da questa inquietudine nasce Gerbere d’Italia, un progetto artistico dedicato alla memoria delle vittime di femminicidio che trasforma i dati in una geografia visiva della memoria.
Non una statistica da osservare da lontano, non un elenco da archiviare, ma una mappa, un fiore, una presenza.
Perché ho scelto la gerbera come simbolo del progetto
Ho scelto la gerbera perché è un fiore semplice, diretto, quasi frontale; non ha la solennità della rosa. Non ha il peso del fiore commemorativo tradizionale.
Mi interessa proprio per questo: è un fiore che guarda.
In Gerbere d’Italia ogni gerbera rappresenta una vita interrotta. Una donna che non può essere ridotta a un numero, a una riga di cronaca o a una categoria statistica.
La domanda da cui parte il progetto è semplice e radicale: Cosa succede quando i dati smettono di essere dati e tornano a essere corpi, nomi e assenze?
A un certo punto ho sentito che non riuscivo più a leggere certe notizie e andare avanti come se niente fosse. Forse è anche il mio modo, da donna e da artista, di restare davanti a qualcosa che troppo spesso viene spostato ai margini.
Il femminicidio non è una storia privata
Per troppo tempo la violenza contro le donne è stata raccontata come una questione domestica, sentimentale e privata.
Ma il femminicidio non è amore finito male.
Non è una lite degenerata.
Non è un improvviso “perdere la testa”.
È spesso l’atto estremo di una cultura del possesso, una cultura che fatica ad accettare la libertà di una donna, il suo rifiuto, la sua scelta di andarsene e la sua autonomia.
Per questo il modo in cui raccontiamo questi delitti è importante.
Le parole non sono innocenti.
Possono coprire.
Possono attenuare.
Oppure possono nominare.
Nel 2025 l’Italia ha introdotto nel codice penale il delitto di femminicidio. È un passaggio importante. Dare un nome significa riconoscere. Significa affermare che l’uccisione di una donna quando nasce da ragioni di genere, controllo, possesso, odio o discriminazione non è un omicidio qualunque dentro una storia qualunque.
Ma una legge, da sola, non cambia lo sguardo di una società.
Può definire.
Può punire.
Può riconoscere.
Resta però una domanda più scomoda:
Cosa facciamo noi, come comunità, dopo aver dato un nome al femminicidio?
Lo nominiamo e poi voltiamo pagina?
Lo riconosciamo e poi lo lasciamo alla cronaca?
Oppure accettiamo di guardarlo come una ferita collettiva?
Per me Gerbere d’Italia nasce proprio qui: nello spazio tra il nome giuridico e la memoria umana.
Una mappa dell’Italia che non vorremmo vedere
La prima parte del progetto è una mappa dell’Italia, le gerbere rosse indicano le vite interrotte, le gerbere oro indicano i Centri Antiviolenza. Ho scelto l’oro perché quei luoghi, per me, sono punti di luce, non cancellano il problema, ma aprono possibilità: ascolto, protezione e uscita dalla violenza.
Questa mappa non vuole dire soltanto: “Guardate quanto dolore.” Vuole dire:
“Guardate dove accade.”
Guardate quanto è vicino.
Guardate che non riguarda sempre qualcun altro.
Una mappa ci costringe a uscire dall’astrazione, ogni territorio ha una responsabilità, ogni comunità dovrebbe chiedersi quali reti esistono, quali mancano e quali arrivano troppo tardi.
Non mi interessa costruire un’immagine bella per rendere il dolore più sopportabile, mi interessa creare un’immagine davanti alla quale sia più difficile voltarsi dall’altra parte.
Le tele della memoria
Nel 2025 ho iniziato a lavorare su un primo nucleo di 84 gerbere, secondo il perimetro temporale e documentale scelto per questa fase della ricerca. Ci tengo a precisare che questo numero non pretende di sostituire i dati ufficiali né di essere una statistica alternativa, è il punto da cui è partita la mia elaborazione artistica.
I dati istituzionali fotografano il fenomeno nella sua interezza, il mio lavoro prova invece a trasformare una parte di quella realtà in esperienza visiva, memoria e materia.
Nel 2026 l’opera continua, purtroppo
I numeri cambiano e il lavoro cambia con loro; questa è una delle parti più difficili, sapere che non sto lavorando su una memoria chiusa, ma su una realtà ancora aperta.
Ogni gerbera è un gesto ripetuto.
Un fiore.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
A volte mi sembra quasi assurdo continuare a dipingere e modellare fiori sapendo che dietro ogni fiore c’è una vita che non torna, eppure forse proprio questa ripetizione mi impedisce di prendere distanza.
Anche la violenza si ripete.
Anche la cronaca si ripete.
Anche il nostro dolore pubblico sembra ripetersi, spesso senza trasformarsi davvero in responsabilità.
Quando la memoria diventa materia
Negli ultimi mesi ho sentito che la pittura non bastava più, non perché avesse perso forza, ma perché questo progetto chiedeva un’altra presenza.
Più fisica.
Più fragile.
Più vicina al corpo.
Così Gerbere d’Italia sta entrando nell’argilla, quando lavoro l’argilla non sento di stare producendo fiori,sSento di stare ripetendo un gesto di attenzione.
Sto modellando le gerbere una ad una, le immagino come presenze sospese, come un giardino impossibile. Un’installazione in cui il visitatore non guarda soltanto un’opera, ma entra dentro una memoria.
L’argilla mi interessa perché conserva il gesto della mano, richiede tempo, attenzione e cura, Diventa ceramica.
Fragile.
Può rompersi.
E forse anche la memoria è così, qualcosa che va maneggiato con cura perché può cadere, spezzarsi e sparire.
Perché continuare a parlare di violenza di genere
A volte mi chiedo se le persone siano stanche di sentir parlare di violenza di genere.
Poi mi correggo, forse non sono stanche del tema, forse sono stanche di sentirsi impotenti.
L’arte non risolve questa impotenza, ma può trasformarla in attenzione.
Davanti a un’opera il tempo cambia, non siamo dentro il flusso veloce della notizia, non dobbiamo scorrere subito.
Possiamo restare.
Per me questo è il senso profondo di Gerbere d’Italia: non produrre altro dolore, ma impedire che il dolore venga consumato troppo in fretta.
Non voglio fare un monumento alla morte, voglio costruire un luogo per la presenza.
Non archiviare il dolore, ma custodire la memoria.
Ogni volta che una donna viene uccisa, il linguaggio pubblico sembra cercare un modo per chiudere la storia.
Il caso.
Il colpevole.
Il titolo.
La data.
Ma le donne uccise non sono casi.
Sono vite.
Sono relazioni spezzate, figli, madri, sorelle, amiche e comunità ferite.
Gerbere d’Italia è il mio modo di dire che una società non si misura soltanto da ciò che punisce, ma anche da ciò che sceglie di ricordare.
Non so se l’arte possa cambiare qualcosa, so però che mi permette di restare davanti a ciò che spesso viene spostato di lato.
E in questo momento, per me, restare è già un atto.
Una gerbera non salva una vita, ma può impedire, almeno per un momento, che quella vita venga trattata come una notizia già vecchia. E forse proprio da lì, da quel momento piccolo e ostinato, può cominciare qualcosa.
Fonti e riferimenti
Ministero dell’interno, dati sugli omicidi e sui femminicidi in Italia nel 2025 e 2026; Dati dell’osservatorio Non Una di Meno
Legge 2 dicembre 2025, n. 181,“ introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime”.
Dipartimento per la Pari Opportunità, 1522 Numero Antiviolenza e Antistalking.
ISTAT, Numero di pubblica utilità 1522 e mappature dei Centri Antiviolenza.



